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Post del blog (21)

  • Il 'ritorno' dell’autonomia differenziata tra speranze e allarmi ‘sudisti’

    Non si fermano le grida d’allarme di certi giornali cd. Sudisti sul paventato ritorno dell’Autonomia differenziata, la richiesta di Lombardia e Veneto (a cui si è aggiunta l’Emilia-Romagna) espressa a gran voce con il referendum il lontano 22 ottobre 2017. Da qualche settimana è tornato a farsi sentire il Quotidiano del Sud, testata ormai nota per le proprie posizioni anti autonomiste; infatti secondo alcuni articoli del giornale ‘sudista’ (vedi 01/12/2021 e 08/12/2021) l’avanzamento della trattativa per questo (democratico e costituzionale ndr.) progetto - l’Autonomia - porterebbe a statuire l’esistenza di “un Paese di seria A e uno di serie B”. Al netto della sensazionale scoperta, che arriva con circa 160 anni di ritardo, è chiara ed evidente, agli occhi del mondo, la netta e marcata differenza socio-economica tra le diverse Regioni che compongono la Penisola. Ma è sbagliato pensare, come vuole far credere il quotidiano ‘sudista’, che con la definitiva approvazione dell’Autonomia si verranno a creare due contrapposte entità, di serie A e serie B, all’interno dello stesso Paese. Il concetto di Autonomia differenziata - ribadiamo ancora una volta - è la semplice ed elementare impostazione, che funziona alla perfezione negli Stati federali, che va a sancire che ogni territorio - Regione italiana - debba tenere le risorse che produce ovvero (a) ricevere dallo Stato centrale le competenze richieste e (b) trattenere di conseguenza le risorse per gestirle ‘in proprio’, il tutto senza togliere niente a nessuno. Risulta doveroso aggiungere il punto (c) evitare sprechi e malagestione, endemici di alcuni territori, fenomeni sempre garantiti e coperti dal gettito fiscale delle Regione del Nord, le stesse contro cui si scagliano i ‘sudisti’ nell’ormai grottesco ruolo di eterne vittime. Siamo quindi di fronte ai soliti ragli di certi giornalisti che, dal 2017, si stracciano le vesti alla parola Autonomia, progetto rimesso in pista a loro dire subdolamente con un inserimento nella prossima legge di bilancio: un vero e proprio “cavallo di Troia della finanziaria”. Bacchettando anzi le Regioni e i cittadini del Sud ‘colpevoli’, sempre a loro dire, di silenzio dopo questo nuovo affronto del Nord che li lascerebbe soli con le proprie risorse “estremamente contenute e limitate, a gestire un processo di sviluppo ritardato”. Uno sviluppo ritardato che non si riesce a riavviare dall’Unità d’Italia nonostante decenni di Governi a trazione meridionale e iper centralista, senza dimenticare uno fra i più grandi emblemi della Prima Repubblica ovvero la Cassa per il Mezzogiorno, poi AgenSud, che ha fatto del Meridione un pozzo senza fondo di finanziamenti a pioggia ottenendo come risultato un assistenzialismo esasperato e fraudolento nonché le celebri cattedrali nel deserto. Proprio loro che travestiti da fini legislatori questionano, oggi, su un passaggio ‘autonomista’ nella prossima legge di bilancio. Si mettano il cuore in pace questi giornalisti ‘sudisti’, l’Italia è uno Stato composto da Regioni che racchiudono al proprio interno dei territori e delle comunità estremamente variegate e con ben pochi tratti caratteristici in comune, sia sociali sia economici. Il processo autonomista è lungo e ostacolato dalle vecchie logiche centraliste, ma è un percorso irreversibile che evolve in modo naturale l’assetto costituzionale di uno Stato - quello italiano - ormai riconosciuto come fallimentare e incapace di premiare i virtuosi e responsabilizzare gli incapaci e i dissoluti, che non sono vittime se non di loro stessi.

  • 22 OTTOBRE 2017 – 22 OTTOBRE 2021

    Referendum autonomia: obiettivo ancora lontano Un focus sulla situazione lombarda a quattro anni dal voto La Lombardia, così come il Veneto, che nella stessa data propose il medesimo quesito referendario, arriva al quarto anniversario del referendum sull’autonomia senza aver portato a casa l’obiettivo. Ci sentiamo di aggiungere che a questo anniversario ne dovremo aggiungere altri ancora, prima di ottenere quanto auspichiamo: l’autonomia della Lombardia. La trattativa con Roma è lunga e complessa e la pandemia da Covid19 ha inciso, fornendo un alibi di ferro per mettere il tema nell’armadio, fino a data da destinarsi. Dopotutto, lo sappiamo bene, Roma non ha alcune intenzione di mollare l’osso e se due regioni hanno plebiscitariamente chiesto “l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, le altre 18 sono più interessate a tenersi stretta la “mucca da mungere” piuttosto che aprire il recinto e farla uscire. Dobbiamo ammetterlo: il federalismo in Italia è una battaglia di minoranza. Fin dall’unificazione del Paese, le istanze federaliste e autonomiste sono sempre minoritarie e sonoramente bocciate da una classe politica che, a conti fatti, preferiva un’amministrazione unica per tenere sotto controllo (con le buone o con le cattive) un territorio estremamente variegato ed eterogeneo, con ben pochi tratti caratteristici in comune. E così, in modo miope, prevalse un centralismo di Stato, dal marcato accento sabaudo, certamente più adatto a una conquista piuttosto che a un’unificazione. Il Paese si è vestito con tre diverse architetture istituzionali: l’Italia nacque monarchia liberale, divenne poi un regime semi-totalitario e, abbattuta la dittatura, votò per trasformarsi in repubblica. Una costante però c’è sempre stata ed è rimasta immutata nel tempo: il centralismo dello Stato. Nonostante tutto, anche dopo il 1948 e successivamente all’entrata in vigore della Costituzione, che tratteggia un’Italia che “riconosce e promuove le autonomie locali”, la sostanza nell’apparato è rimasta la stessa. È indicativo come, sebbene le Regioni fossero presenti fin dal testo originale della Carta, queste non siano state “attivate” fino al 1970, anno delle prime elezioni regionali del 7 e dell’8 giugno. Facendo un salto temporale al più recente passato, arriviamo al 2006, anno in cui si votò il Referendum sulla Devolution. Il risultato fu schiacciante e inequivocabile: in due sole regioni trionfò il SI, Lombardia e Veneto, neanche a dirlo. Nelle altre 18 regioni d’Italia i cittadini votarono contro e la Devolution morì in quelle urne. Alle resistenze politiche delle altre aree italiche, unitissime da destra a sinistra sul fronte del mantenerci il giogo al collo, si sommano quelle burocratiche: il nostro apparato statale era, è e rimane profondamente sabaudo e centralista. Un tratto ben marchiato nel DNA in tutte le articolazioni statali, difficilissimo da scardinare. Fatte queste doverose premesse, non siamo qui per descrivere un quadro autoassolutorio dei lombardi. Lombardia regione virtuosa e martire, vittima di bieco centralismo italico? Non vogliamo abbracciare questa tesi. Esempi a noi molto vicini geograficamente dimostrano come la battaglia per l’autonomia sia complessa, certamente, ma non impossibile da vincere. Si parla delle due regioni tanto invidiate per la loro autonomia: il Trentino-Alto Adige/Sud Tirol e il Friuli-Venezia Giulia. Entrambe queste realtà sono riuscite a ottenere il riconoscimento in Costituzione e non soltanto per la presenza di minoranze etniche (specie per quanto attiene il Friuli, dove il gruppo sloveno non aveva certo la consistenza numerica di quello tedesco in Alto Adige), ma anche grazie a leadership politiche di alto profilo: Alcide de Gasperi e Tiziano Tessitori su tutti. La storia quindi ci permette di trarre l’insegnamento che ancora troppi lombardi non vogliono cogliere: l’autonomia, se mai verrà ottenuta, arriverà soltanto quando tutto il popolo lombardo acquisirà finalmente l’orgoglio e la coscienza di sé stesso. 10 milioni di cittadini abitano in Lombardia. Iniziamo a chiederci quanti di questi si sentano veramente lombardi. Domandiamoci quali ragioni facciano sentire non lombardi gli altri e ancor di più cosa spinga alcuni di loro a essere contrari alle rivendicazioni autonomiste. Uniti, come popolo, la nostra battaglia, quella di chi riesce a ritagliarsi due minuti per leggere questo blog, potrà essere vinta. Quattro anni fa il SI al referendum ottenne il 96%. Votarono poco più di tre milioni di lombardi. I votanti chiamati a quell’elezione erano quasi otto milioni (7.897.056 per la precisione). La cosa importante adesso è come arrivare al cuore di questi lombardi, facendogli capire l’importanza della battaglia autonomista. Ma soprattutto facendo loro comprendere che l’interesse della Lombardia equivale all’interesse di tutti noi.

  • QUALCHE SASSOLINO DALLA SCARPA. E SEMPRE DALLA PARTE DELLA LOMBARDIA

    Gli ultimi due anni non sono stati facili per la Lombardia, intesa sia come Regione che per tutti i suoi cittadini. Un nostro grande difetto (o pregio) è che puntiamo sempre al meglio, all’utopistico, alla perfezione, senza renderci conto che siamo circondati da detrattori, sempre pronti a puntarci il dito contro per la virgola sbagliata. Ma ora qualche sassolino dalla scarpa ce lo vogliamo togliere perdio e stavolta a venirci incontro sono i pm. È notizia, infatti, di qualche giorno fa che la pubblica accusa ha detto che sulle morti (un pensiero a loro) nelle RSA lombarde e nel Pio Albergo Trivulzio NON C’è STATO ALCUN REATO. Cosa significa? Ve lo diciamo noi cosa significa, che ora è facile parlare di Covid, dei suoi effetti e delle sue conseguenze, ma quando si è abbattuta la bufera nella nostra Regione – prima nel mondo, perché non è che dalla Cina ci passassero le giuste informazioni – non è stato facile mettere in campo azioni, del tutto nuovo e inedite, che arginassero quella che poi sarebbe diventata una pandemia globale (GLOBALE!). Significa che le delibere che Regione Lombardia ha fatto (e per la quale è stata chiesta la testa dell’Assessore alla sanità Gallera e pure del Presidente Attilio Fontana poi) erano giuste. Significa che i grandi signori accusatori della Lombardia, che non vedrebbero l’ora di mettere le loro sudice mani sulla Regione, ora sono rimasti col cerino in mano, non chiedono nemmeno scusa. E questi signori sono gli stessi che inneggiavano al commissariamento della sanità lombarda, perché il commissario del governo di allora Domenico (per gli amici Mimmo) Arcuri era l’unico a essere bravo e a risolvere i problemi della pandemia. E si vede come li ha risolti: mascherine non a norma per gli operatori negli ospedali e centinaia di milioni di euro di soldi pubblici spesi male: ora – dopo le elezioni chiaramente – risulta indagato, ma senza l’effetto mediatico avuto contro il Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, che per pagare i camici ai nostri eroi avrebbe sborsato DI TASCA PROPRIA 50 mila euro. Ecco, lui indagato subito e ricoperto di fango, Mimmo indagato un anno e mezzo dopo, sottotraccia, e a elezioni passate. Per non parlare della mancata istituzione della prima zona rossa. Putiferio perché la Giunta regionale non si era mossa; poi si è saputo (in realtà lo sapevamo da subito) che solo il Governo può azzardarsi a realizzarla, non contando che senza le forze dell’ordine a farla rispettare è solo carta straccia (e ci sembra che fra le competenze della Regione non ci sia la sicurezza né tantomeno esiste un corpo di polizia regionale, forse sarebbe il caso di farci un pensierino). La conclusione di tutto questo è solo una. Troppi sono gli attacchi che la Lombardia ha subito da più parti: dal Governo, dalle altre regioni sotto Brallo di Pregola e purtroppo anche dall’interno. Abbiamo bisogno di compattezza, solidarietà reciproca tra lombardi, di difendere il regionalismo con le sue virtù – evidenti al Nord – e rilanciare l’autonomia, rivendicando più competenze allontanandole dai ministeri romani. Ma soprattutto di non stare a sentire chi tanto ha da criticare e mai è autocritico. W la Lombardia! Staff Associazione 29 Maggio - www.associazione29maggio.com PS: sappiamo che lo sapete bene, Brallo di Pregola è il comune più a sud in Lombardia.

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