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"Il nostro giorno verrà"

A settant'anni dalla nascita di Bobby Sands, martire per la causa irlandese


 


“Morire per delle idee, l’idea è affascinante. Per poco io morivo, senza averla mai avuta”.

Così recita l’inizio di una non troppo nota canzone di Fabrizio De André. Un brano polemico, specialmente nei confronti di chi predica l’altrui sacrificio, con l’accortezza di non scendere mai in prima linea.


Nella giornata di oggi, 9 marzo 2024, Bobby Sands, da molti considerato un martire della causa irlandese, avrebbe compiuto 70 anni.


Murales di Bobby Sands - Belfast

Riassumerne la storia, così come il tragico epilogo, probabilmente non sarebbe sufficiente a rendere giustizia a quest’uomo. Quanto serve sapere, ai fini di questo breve articolo, è che nel maggio del 1981 Bobby, attivista dell’IRA, prigioniero politico e molto altro, dopo ben 66 giorni di sciopero della fame, perse la vita nel carcere di Long Kesh, nell’Irlanda del Nord.

Quanto al resto, per la geopolitica o per i dettagli, c’è Wikipedia o i numerosi siti e blog che ne tratteggiano la biografia.


Forse però, la domanda che dovremmo porci oggi, gente ormai ben addentro al nuovo millennio, è cosa possa aver spinto, nel nostro civilissimo Occidente, un giovane appena ventisettenne, non più di una manciata di anni fa, a rinunciare alla propria vita, sacrificandola sull’altare di un ideale.


Non si tratta di un quesito di poco conto. Appare così difficile, ai nostri giorni e in questa società, anche solo concepire di combattere per un ideale che ti conduca alla morte. In qualche modo si potrebbe dire che ci siamo abituati alle battaglie facili. Quelle a costo quasi zero. Un po’ di zuppa buttata su un quadro, un monumento imbrattato oppure il rompere le palle ai lavoratori di turno, bloccandoli nel traffico. Forti di molto tempo libero e sapendo di rischiare, al più, una tirata d’orecchi.

Ma il coraggio di combattere anche contro se stesso e il proprio corpo, vincendo il più potente impulso dell’essere umano, ovvero l’istinto di sopravvivenza, il tutto per lanciare un messaggio di protesta è qualcosa di profondamente diverso. Qualcosa che trova origine da un amore assoluto per il proprio territorio, per la propria gente e per la libertà.

Ma questa spinta è davvero sufficiente a spiegare tutto? Quanti di noi ne sarebbero in grado? Forse uno su un milione. E quante persone simili possiamo dire di aver incontrato nella nostra quotidianità. Probabilmente nessuna.


Però queste persone, seppur poche, esistono. E nonostante siano tanto diverse da noi, magari più incoscienti, credo valga la pena di volgere loro un pensiero, o addirittura di interrogarsi.



Chi scrive non ha la presunzione di giudicare un gesto tanto estremo. Per comprenderlo, bisognerebbe addentrarsi nel labirinto di una mente complessa, quella di un poeta, costretto a scrivere sulle cartine delle sigarette o sulla carta igienica, stritolato nella morsa di una prigionia ai limiti dell’umana tolleranza. O magari servirebbe provare ad afferrare quell’impulso ideale, ai limiti del fanatismo, che muove l’agire di un rivoluzionario. O, ancora, basterebbe immaginare il proprio volto, tra un tacco di cuoio e l’asfalto, con l’orizzonte dello sguardo che si verticalizza e i polmoni che respirano la polvere.

No, devo ammetterlo: si tratta di un esercizio troppo complesso. Di certo lo è per il sottoscritto. E presumo per la maggior parte di noi, che saremmo sedotti da fin troppo facili giudizi, inevitabilmente scaturiti da altre premesse e da un diverso modo di concepire il mondo e la vita.


Bobby Sands insieme agli altri 9 uomini che lo seguirono nello sciopero della fame fino alla morte

Però una cosa possiamo concedercela, perché doverosa. Parlo del rispetto, il più profondo. Quel rispetto, segno di umiltà, da parte di chi è cosciente di un limite, ovvero il non poter comprendere a pieno un gesto simile. Ma probabilmente certe domande sono semplicemente inutili.


L’Allodola d’Irlanda era solo un ragazzo che amava da impazzire la sua gente e che non poteva sopportare un’ingiustizia che si perpetuava, giorno dopo giorno, sparo dopo sparo. Portata avanti da qualcuno che, a suo avviso, non aveva alcun titolo per schiacciare sotto a stivali chiodati la dignità di un popolo.


Una risposta precisa alla domanda iniziale, probabilmente, non l’avremo mai.


Ma forse, dovremmo accontentarci di una semplice verità: ancora oggi ne stiamo parlando e qualcuno, anche da una terra lontana come la nostra Lombardia, ricorda il suo gesto.

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